Ghiaccio nel deserto del Sudan

Khartoum, 27 marzo 2012

Una tavola multiculturale

 

Una tavola imbandita su una stoffa dalla fantasia africana. Le mani che intingono nel piatto l’inghera (tipico pane etiope) e le dita che si colorano del rosso della salsa. Questo pane, dal retrogusto leggermente amaro, è come una spugna che, immersa nei diversi liquidi, prende forme e gusti inimmaginabili. I cubetti rossi, verdi e arancioni delle verdure tagliate fini a formare una pietanza variopinta che mette allegria al solo vederla. E una rosa creata da una buccia di pomodoro a rendere unico il piatto. Seduti a tavola a mangiare io, Hayet e Aamir.

Hayet, l’artefice di questa straordinaria creazione, sembra sia riuscita a mettere in questa piatti la sua personalità dolce e solare, ma allo stesso tempo forte e tenace, con un pizzico di piccante. Il sapore della sua terra lontana, l’Etiopia.

Aamir, il mio collega, alto e nero come la cioccolata fondente. Gli occhi tristi che richiamano la sua infanzia nel Darfur e la guerra, ma il sorriso di una tenerezza disarmante, di un bambino. Sono loro le due persone che mi hanno accolto e fatto sentire a casa in questo strano e affascinante paese.

Il giovedì è la giornata in cui si cucina a turni e si mangia tutti insieme. Un momento in cui il tempo si ferma, il lavoro viene relegato in un angolo, e si scambiano idee, pensieri, impressioni in una lingua che è un amalgama tra inglese, italiano, arabo e amarico.

E quando arriverà Ibrahima, aggiungeremo due lingue e un paese alla nostra tavola multiculturale. Forse se gli stati potessero sedersi ad una tavola come la nostra, ridendo e scherzando, si potrebbe porre le basi per un futuro di pace e per costruire un mondo migliore.

Un miraggio

Sono atterrata in questo paese da più di un mese ed ogni giorno, camminando, aggiungo un piccolo tassello al puzzle della scoperta di questa vasta città sulle rive del Nilo. Vivo ad Al Amarat, un quartiere che si trova tra l’aeroporto e la grande strada Mohamed Najeeb. È un quartiere nato verso gli anni ’90 come zona residenziale e che ha visto nei successivi anni l’insediarsi di numerosi uffici delle ONG, ora migrate a Sud. In questo quartiere c’è tutto quello che uno potrebbe desiderare: piccoli negozi di alimentari, due gelaterie, un chiosco di succhi di frutta fresca,  alcuni ristoranti, un grande terreno dove correre e l’abitazione di molti degli espatriati che mi sono stati presentati al mio arrivo.

Tra i due viali principali si stagliano perpendicolari tante piccole strade di terra rossa, tra le quali si nascondono case nate dalla fantasia di un architetto impazzito e giardini fiabeschi. Questo è il mio regno, luogo delle mie passeggiate solitarie nella luce ambrata del tardo pomeriggio.

Le case, i cui colori ricordano l’isola di Burano a Venezia, per la maggior parte sono costituite da cubi sovrapposti con ampie terrazze sulla sommità, spesso testimoniano le manie di grandezza e la tendenza barocca del proprietario, ma, talvolta, hanno una grazia e una bellezza che solo gli edifici del passato, intrisi di storia, riescono ad avere.

Attraverso i cancelli in ferro battuto, le porte semichiuse o una fessura nel muro, riesco ad intravedere gli splendidi giardini, ricchi di piante e di alberi, colorati del rosa della buganville e del profumo del gelsomino. E sui rami gli uccelli che cantano allegramente accompagnando il passo leggiadro ed elegante delle donne avvolte nei loro veli variopinti che scompaiono in fretta alla vista del passante.

Ma la scoperta più sensazionale è stata qualche tempo fa: tra la sabbia, la terra rossa e la povere delle strade circostanti si nasconde un giardino verdissimo e fresco, costantemente innaffiato, con piante e fiori curati come fossero bambini bisognosi di attenzione, vicino ed irraggiungibile come un miraggio.  Ogni tanto, la sera, prima di rientrare, vado a vedere se questo giardino misterioso è ancora al suo posto perché ho paura che, come un miraggio nel cuore del deserto, possa scomparire così come mi è apparso.

Dignità

 

Un giorno, a pomeriggio inoltrato, di rientro da un incontro, prendiamo una strada diversa dal solito. Gruppi di persone accampati in rifugi di fortuna fatti di scatoloni, giornali e sacchi della spazzatura. Donne, anziani, bambini senza niente se non loro stessi.

Il mio collega mi spiega che siamo davanti all’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite e queste persone sono Congolesi in attesa di un visto.

Passiamo. Dei ragazzi ci urlano qualcosa in Lingala. Una vecchia ci guarda prima di raggomitolarsi sotto ad una coperta logora sul ciglio della strada.

Incontro il suo sguardo e mi vergogno del mio essere bianca, vestita e senza preoccupazioni.

Questa gente è venuta dal Congo, probabilmente a piedi, e sono mesi che aspetta, sotto il sole inclemente e le notti senza stelle, un visto per ritrovare la propria dignità.

Carlotta Nanni, Sudan

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