Cambogia – Phnom Penh, 15 settembre 2010

Amici dei Bambini interviene contro il traffico di esseri umani

 

Da un po’ di tempo il piccolo  Rith non si faceva vedere all’Asilo. Le educatrici sono pertanto andate a visitare la famiglia per capire cosa fosse successo. Hanno cosí scoperto che alla famiglia è stato rubato il motorino grazie al quale il padre di Rith, lavorando come moto taxi driver, riusciva a provvedere al fabbisogno quotidiano.

Proprio in quei giorni, alcuni uomini di un’agenzia di reclutamento il cui nome in Cambogia comincia a venire associato, sempre piú spesso, a storie di segregazione e lavoro forzato, erano venuti al villaggio ad illustrare agli abitanti i vantaggi di un lavoro in Malesia.  A persone che lottano continuamente per la sopravvivenza, che non hanno di che sfamare i propri figli, la proposta non poteva non apparire allettante. Una semplice firma e la famiglia avrebbe ricevuto all’istante un aiuto economico…

La mamma di Rith, la signora Sophea, pensando di aver finalmente trovato il modo di sostenere i suoi 3 bambini, di poter dar loro quello che lei non ha avuto, era disposta a tutto, a lasciare il suo paese, la sua famiglia per lavorare in una terra straniera. E cosí ha firmato. Anche il marito l’ha supportata in questa decisione, apponendo anche la sua firma. La famiglia ha ricevuto all’istante 110 $. Cullandosi in dolci illusioni, Sophea si è convinta di aver fatto la scelta giusta. Peccato che quella firma, fatta senza pensarci troppo, l’avrebbe legato per mesi, anni, o forse per sempre all’agenzia.

Firmato l’accordo, infatti, Sophea ha dovuto salutare la famiglia e trasferirsi in un edificio dell’agenzia dove, assieme ad altre donne abbagliate dalle false promesse in una vita migliore, per due mesi ha ricevuto una formazione in house keeping e un corso di inglese con lo scopo di essere, poi, mandata in Malesia presso una famiglia a lavorare come domestica.

Scopriamo, poi, che in questo periodo di permanenza presso l’agenzia, a Sophea non era permesso andare a trovare la famiglia, ma poteva  ricevere visite solo in determinati orari, non poteva allontanarsi dall’edificio, non poteva fare telefonate private e, durante la notte, le porte dell’edificio erano chiuse a chiave.

Se durante questi mesi la lavoratrice cambiasse idea e non volesse piú partire per la Malesia, la famiglia dovrebbe saldare il debito che ha contratto con l’agenzia alla firma del contratto. Peccato che nel frattempo il debito iniziale sia aumentato notevolmente per pagare, come il personale poi ci spiega, i costi del soggiorno dell’aspirante domestica, le insegnanti, il materiale fornitole, la visita medica e tutti i documenti necessari alla partenza. Se l’ignara vittima decide, invece, di partire, per i primi 6 mesi di lavoro, il suo stipendio viene trattenuto dall’agenzia per rientrare delle spese che ha affrontato.

Il personale di una ONG chesi occupa di traffico, ha fatto una visita alla famiglia per capire la situazione a fondo e poi è andata a trovare Sophea nell’edificio in cui era reclusa. C’erano altre ragazze all’interno della stanza. Mi viene raccontato che le ragazze erano tutte vestite uguali, con una divisa blu consunta, e avevano tutte lo stesso taglio di capelli.

L’ impressione  è stata che fossero spaventate: stavano in piedi, senza dire una parola e sembravano nervose. Quando è stato poi chiesto a Sophea se voleva andare in Malesia, inizialmente ha risposto che la decisione di partire ormai era stata presa, ma poi piú tardi ha chiamato la signora in visita dicendole che voleva tornare a vivere con la sua famiglia. Nei giorni seguenti ci ha poi chiamati diverse volte chiedendoci quando l’avremmo fatta uscire e portata dalla sua famiglia. La signora dell’ONG è riuscita a fissare un incontro con il Direttore dell’organizzazione per trattare la liberazione di Sophea.

Nel frattempo tutto il personale dell’ONG si è attivato, contattando diverse ONG che lottano contro il traffico, per avere informazioni su questo genere di organizzazioni ai limiti della legalità e su questa nello specifico, per domandare consigli e suggerimenti sulle modalità di intervento. Scopriamo che ci sono indagini in corso su quest’agenzia, ma che è intoccabile perchè ha relazioni molto in alto. Incontriamo anche una ONG australiana, che lavora in collaborazione con la polizia locale e che la settimana scorsa, in un blitz contro una filiale dell’organizzazione in questione, ha liberato 26 ragazze. Il direttore delle operazioni ci dice di essere disponibile ad accompagnarci all’incontro. Intanto con i nostri partners di progetto stabiliamo una strategia di intervento: la priorità è liberare la ragazza, ma poi bisognerà lavorare con la famiglia perchè non si ritrovi nella stessa situazione. Una possibilità sarebbe quella di comprare un motorino per il marito in modo che possa nuovamente sostenere la famiglia. Sarà, inoltre, fondamentale organizzare una formazione in parenting skills e money management per le famiglie piú problematiche beneficiarie dei servizi dell’Asilo e, allo stesso tempo, pianificare una campagna di sensibilizzazione per rendere gli abitanti del villaggio consapevoli dei rischi che si nascondono dietro alla promessa di un facile lavoro in Malesia.

Andiamo all’incontro io, l’assistente dell’ONG e il rappresentante dell’ONG australiana, la cui sola statura basterebbe ad intimidire un cambogiano. Arriviamo sul posto. Una casa che si confonde tra le altre. Ci fanno accomodare all’interno dell’edificio e ci viene incontro Sophea con gli occhi pieni di speranza. Piccola di statura e dentro alla divisa blu, sembra ancora una bambina. Sappiamo peró che ha 30 anni.

La responsabile del posto, una ragazza dall’aria smarrita, ci dice che il direttore è in un altro edificio e che il suo assistente ci guiderà sul posto. Chiediamo se Sophea puó salire in macchina con noi, ma ci dicono di no. Dopo pochi chilometri arriviamo ad un altro edificio, sulle cui pareti ci sono enormi immagini di ragazze sorridenti che lavorano in fabbrica, che confezionano vestiti, che mangiano insieme in una mensa. Nel cortile chiuso da un cancello molte persone sono sedute per terra sulle stuoie a parlare. Quando entriamo e mentre aspettiamo di essere ricevuti, abbiamo gli occhi di tutti i presenti su di noi. Ci riceve una donna sulla quarantina, vestita in modo elagante, che alla mia domanda, risponde di essere la responsabile delle ragazze. L’ufficio è dotato di tutti i conforts. Nonostante parli inglese, preferisce rivolgersi direttamente alla responsabile dell’ONG che poi traduce a noi. Chiede subito a Sophea se è vero che ha cambiato idea e lei, nonostante sia intimidita, conferma. Poi ci spiega quali sono le modalità per interrompere la procedura. Ci dice che la famiglia ha un grosso debito con la compagnia per cui solo pagando la cifra richiesta, Sophea puó ritenersi libera. Su questo punto, il rappresentante dell’ONG australiana insiste molto perchè sia chiaro che la trattengono contro la sua volontà e registra tutto con il piccolo registratore nascosto nel taschino della camicia. La responsabile ci consegna un foglio in cui c’è la lista delle spese che la compagnia ha dovuto sostenere. L’ammontare della cifra è spropositato, 570 $, soldi che una famiglia cambogiana difficilmente riuscirebbe a mettere insieme.  Iniziamo le trattative, ma la donna ci dice che lei non ha potere decisionale per cui ci chiama il Direttore di filiale. Entra un uomo ben vestito che parla un buon inglese. Ci chiede i nostri nomi e di quale ONG facciamo parte, le circostanze in cui abbiamo conosciuto Sophea e le ragioni per cui il suo caso ci sta a cuore. Prima di dargli le risposte che vuole, gli chiedo una carta da visita. Me ne da’ una relativa ad un altro lavoro. Fa dell’ironia sul lavoro delle ONG e si lamenta del fatto che le ragazze cambiano facilmente idea e gli rovinano gli affari. Controbatto dicendogli che forse non sono state spiegate chiaramente alle ragazze le condizioni del contratto. Mi guarda e sorride cinico.

Poi mi mostra la lista delle spese e mi chiede se vogliamo pagare. Noi gli diciamo che è troppo, che non abbiamo tutti questi soldi e alle nostre parole vedo che Sophea cambia espressione del viso. Quando l’uomo non mi guarda, cerco di rassicurarla con un sorriso. Continuamo le trattative. Gli chiedo se puó venirci incontro, e riprendendo le sue parole gli dico che tanto anche se Sophea andasse in Malesia, non sarebbe produttiva perchè non sarebbe motivata. Dice che puó scendere al massimo di 70 $, ma di piú non se ne parla. Dopo aver detto che non siamo disponibili a pagare piú di 300 $, nell’attesa che decida, gli facciamo mille domande: quali sono le condizioni di lavoro delle ragazze, che tipo di supporto ricevono sul posto, se hanno problemi a chi si possono rivolgere, quanti sono i casi di rinuncia. Si alternano momenti di speranza e di crescente tensione, ma cogliamo un certo nervosismo da parte sua. E infatti comincia a cedere leggermente, anche se non vuole scendere fino alla cifra da noi proposta. Dice che è disposto a venirci incontro, ma in ogni caso Sophea non puó andarsene immediatamente perchè c’é bisogno della firma del marito. Quando uso il termine “rilasciare”, il nostro interlocutore mi dice di non usare termini inappropriati in quanto la sua agenzia non è una prigione. Replico che la stanno trattendo contro la sua volontà. Non risponde. Mi sembra che non si arrivi niente, allora dico che l’ultima cifra è 400 $ e propongo di mandare  il nostro autista, a prendere il marito al villaggio, mentre la responsabile dell’ONG andrà a prendere in ufficio il resto della cifra. Io resteró con Sophea per farle coraggio. Lui dice che non ha il potere di prendere una decisione del genere, che deve chiedere al presidente e ci dice di aspettare fuori. Dopo un’attesa che a noi sembra eterna, ci dice che è d’accordo. Dopo mezz’ora sono di ritorno con il marito di Sophea, il piccolo  Rith e la mamma di lei. E’commovente il momento dell’incontro tra Sophea e la sua famiglia. Lei trattiene a stento le lacrime. Ma non è ancora finita. Rientriamo e firmiamo tutti i documenti. Fanno una foto ad ognuno di noi e poi ci consegnano tutti i documenti di Sophea. Tiriamo un sospiro di sollievo.

Mentre stiamo per uscire dal cancello, arriva una persona dell’organizzazione sventolando il visto per la Malesia: se non fossimo intervenuti immediatamente, Sophea probabilmente sarebbe partita e il piccolo Rith non avrebbe potuto riabbracciare la sua mamma. Una storia a lieto fine in questo paese in cui i soprusi sono all’ordine del giorno e ai poveri non resta che subire…

Annunci

About Romina Rinaldi

Grafica / web / video

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: