Bronislaw Malinowski (1884-1942)

Il punto di vista europeo

Nell’ambito di pensieri e convinzioni come questi, di un simile atteggiamento, nasce e si sviluppa la grande opera scientifica dell’antropologo Bronislaw Malinowski (1884-1942).

Il problema di Malinowski era il seguente: come avvicinarsi all’altro quando non è un’entità astratta, ma una persona in carne e ossa, che appartiene a una razza diversa, con credenze, valori, cultura e usanze sue e diverse dalle nostre? Rendiamoci conto che il concetto di altro è quasi sempre definito dal punto di vista del bianco, dell’europeo.

Ma quando mi capita di attraversare un villaggio di montagna in Etiopia, un gruppo di bambini mi insegue ridendo e gridando: “Ferenchi!”, che significa appunto altro, diverso. Per loro, il diverso sono io. In questo senso siamo tutti sulla stessa barca. Tutti noi siamo altri rispetto agli altri: io nei loro confronti, loro nei miei.

All’epoca di Malinowski e nei secoli precedenti l’uomo bianco europeo partiva dal suo continente quasi esclusivamente con scopi di conquista: dominare nuovi territori, trovare schiavi, commerciare o convertire. Si trattava quasi sempre di spedizioni molto violente: la conquista dell’America da parte degli uomini di Colombo e poi dei coloni bianchi; la conquista dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia.
Malinowski partì per le isole del Pacifico con un altro scopo: conoscere l’altro.

Conoscere i suoi vicini, le sue usanze, la sua lingua, il suo modo di vivere. Voleva vedere e sperimentare di persona, con i suoi occhi, per poi testimoniare. Ma il progetto, apparentemente ovvio e innocuo, finì per rivelarsi rivoluzionario e dissacrante. Svelò infatti la debolezza, più o meno accentuata, presente (o addirittura innata) in ogni cultura: e cioè che una cultura trova difficile comprenderne un’altra e che tale difficoltà riguarda anche chi ne fa parte e la diffonde.

Dopo essere arrivato sul luogo delle sue ricerche, le isole Trobriand, l’autore constatò che i bianchi residenti lì da anni non solo non sapevano niente della popolazione locale e della sua cultura, ma ne avevano un’idea del tutto falsa, caratterizzata dall’arroganza e dal disprezzo. Infischiandosene delle usanze coloniali, Malinowski piantò la tenda in mezzo a un villaggio e si stabilì tra la popolazione locale.

Non fu un’esperienza facile: nel suo diario si trovano continui accenni a preoccupazioni, sentimenti negativi, crisi e depressioni.

L’abbandono della propria cultura si paga a caro prezzo. Per questo è così importante avere un’identità precisa, e la certezza della sua forza, del suo valore e della sua maturità. Solo in questo caso l’uomo può confrontarsi senza paura con un’altra cultura. In caso contrario, si rintanerà nel suo nascondiglio, isolandosi dagli altri. Tanto più che l’altro è uno specchio nel quale ci riflettiamo – o che ci smaschera e ci denuda, cosa che tutti preferiremmo evitare.

Il fatto interessante è che, mentre nell’Europa di Malinowski era in atto la prima guerra mondiale, il giovane antropologo si dedicava a studiare la cultura dello scambio, dei contatti e dei riti comuni tra gli abitanti delle isole Trobriand. A essa dedicò lo splendido Gli argonauti del Pacifico occidentale, formulando la tesi fondamentale – ma raramente applicata – che “per giudicare qualcosa, bisogna essere sul posto”.

Malinowski presentò anche un’altra tesi, quanto mai audace per quei tempi: e cioè che non ci sono culture superiori e inferiori, ma solo culture diverse, che soddisfano in modo diverso i bisogni e le aspettative di chi ne fa parte. Per lui l’individuo di un’altra razza e cultura è una persona il cui comportamento è determinato dalla dignità, dall’osservanza dei valori riconosciuti e dal rispetto per usanze e tradizioni.

Articolo tratto da: Internazionale.it
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